E fu così che si inventò la scuola

Nell’antico Egitto era appena stato sviluppato un nuovo modo di pensare, grazie a delle persone che ebbero la brillante idea di depositare su tavolette di pietra le proprie riflessioni. Niente più mal di capo a tenere a mente tutti i nomi degli dei, dei re e dei propri progenitori.

Mano a mano che questi scritti si accumulavano, i magazzini dei templi e le cantine delle case si riempivano sempre più, così un architetto del posto, un certo Pyramis I, progettò un sistema per la disposizione delle tavolette su di un perimetro quadrato. Le tavolette venivano disposte l’una accanto all’altra a faccia in su, a formare un perimetro quadrato, in modo tale che chi camminasse sopra queste tavolette potesse leggerne il contenuto.

L’idea era buona, le tavolette si diffusero velocemente e prese la moda di trascrivere sopra di esse i fatti più rilevanti che accadevano nella giornata: “un serpente ha attraversato la via maestra e la circolazione cittadina si è fermata per una giornata intera”, “il nostro sindaco oggi è stato mummificato alla veneranda età di trentaquattro anni, i quarantotto figli e nove mogli piangono la sua scomparsa”…

Questo sistema aveva però un difetto: bisognava percorrere molta strada per passare da un quadrato all’altro e mano a mano che la produzione di scritti aumentava, lo spazio ricoperto dalle tavolette stava iniziando a ricoprire le zone dedicate alle coltivazioni.

Fu così che il brillante ed ingegnoso figlio di Pyramis I, Pyramys II, che poteva dedicarsi a tempo pieno in riflessioni e pensieri poichè il brevetto delle tavolette di pietra a disposizione quadrata pensato dal padre fruttò molti shat – monete d’oro sonanti – e consentiva una vita piuttosto agiata a tutta la famiglia, aveva tutto il tempo che voleva per meditare. Decise di perfezionare il sistema inventato dal babbo.

«E se accumulassimo sopra i quadrati un secondo strato di tavolette, di perimetro risultante inferiore? In fondo le tavolette che si troverebbero sotto sarebbero quelle più vecchie e ormai si sa, le tavolette vecchie non le legge più nessuno».
Il padre guardò suo figlio come se fosse stato illuminato dalla luce di Ra ed esclamò: «Figlio mio, sei un genio».

In brevissimo tempo l’idea del brillante figlio si diffuse e numerosi schiavi vennero impiegati nei lavori di spostamento delle tavolette. Molto spazio si era recuperato e la famiglia Pyramis continuava ad arricchirsi, tanto che il padre di Pyramys II fece installare nella loro villa una vasca dove riporre le monete guadagnate, per farsi il bagno tutte le mattine alla faccia dei poveracci che passavano davanti ai cancelli della sua residenza, che immancabilmente lanciavano maledizioni e proferivano imprecazioni in svariate lingue (i più istruiti in forbito babilonese), per la gioia di Pyramis I, che si beava di questa invidia.

In pochissimi anni però, visto l’aumento di chi voleva “fare lo scrittore” e avere pubblicata la propria tavoletta, anche l’idea del secondo strato finì per consumare i propri vantaggi. Ormai lo spazio era terminato. Così Pyramis II, che già era diventato giovanotto e continuava a riflettere tutto il giorno, ebbe una nuova idea, ancora più geniale della precedente.

«Babbo, ascoltami. Dai babbo, esci dalla vasca che ti devo parlare… Ormai il secondo strato di tavolette non basta più, ho avuto un’idea, proprio questa notte, per risolvere il problema che ci sta affliggendo. Potremmo, ma ancora non ne sono sicuro, accumulare un TERZO strato di tavolette sopra il secondo e risolvere così tutti i nostri problemi».
Il padre, incredulo di avere concepito un figlio provvisto di tale intelligenza, uscì dalla vasca delle monete d’oro per proferire parola verso il genio inventore: «Figlio mio, sei un genio».

Gli anni passarono e la storia si ripetè svariate volte. Lo spazio per le tavolette si esauriva e Pyramis II veniva illuminato nella notte dall’idea di accumulare un nuovo strato di tavolette sopra il precedente.
Arrivò un punto che queste pile, che avevano assunto una forma a punta, erano talmente alte da non essere più fruibili e la gente aveva smesso da tempo di leggere, poichè il sistema era diventato impossibile da utilizzare.

Il tempo passava, i cittadini diventavano sempre più ignoranti e la famiglia Pyramis stava ormai dilapidando tutte le sue ricchezze, visto che i progetti di impilazione delle tavolette erano fermi da molto e così anche i proventi derivanti, e Pyarmis I non voleva rinunciare alle comodità di una vita agiata e alla costosa e morbida carta di papiro per andare in bagno.

Quando la vasca di monete d’oro si svuotò definitivamente, Pyramis I iniziò a disperarsi e a piangere rumorosamente tutte le notti. Questo rattristava profondamente il figlio, che continuava a scervellarsi per trovare una nuova idea per far sì che il popolo tornasse a leggere, gli shat tornassero ad entrare in famiglia e che sopratutto suo padre la smettesse di lagnarsi tutte le notti.

Fu così che in una notte di luna piena, mentre il giardino della loro villa era illuminato dalla luce della luna, Pyramis II si alzò bruscamente dal letto folgorato da una elettrizzante idea. «Babbo! Babbo! Svegliati… Dai babbo, esci dalla vasca vuota, ti devo parlare! Ho trovato l’idea che risolverà tutti i nostri problemi. E se… invece delle solite tavolette di pietra usassimo delle tavolette più leggere? Magari di argilla, così le persone potrebbero leggere anche comodamente a casa propria!».

Il padre rimase immobile per un attimo, travolto dall’estro creativo del figlio, quasi non riconoscendo in lui i suoi tratti. Ai suoi occhi ormai gli appariva come un figlio di Ra, fratello di Horus. Uscì dall’empia vasca per manifestare verbo al successore suo: «Figlio mio, sei un genio».

Il progetto fu un successone: a breve ogni famiglia potè permettersi almeno una tavoletta e il popolo ricominciò a leggere e a tenenersi informato sui fatti che accadevano, visto che era divenuto molto più semplice diffondere le notizie attraverso queste nuove tavolette, molto più leggere e facili da incidere rispetto alla dura e pesante pietra.

Gli shat tornarono in casa Pyramis e la vasca delle monete d’oro si ritornò a riempire, ma così tanto che si dovette ordinare di farla allargare notevolmente. Il sorriso era tornato sul volto di Pyramis I.

Ogni nuova tecnologia può essere utile nel quotidiano, ma il suo abuso può portare danni alla società. La diffusione di queste tavolette aveva portato con sé un fenomeno non previsto: ogni cittadino passeggiava con in mano la sua tavoletta, con lo sguardo basso rivolto sui caratteri incisi, noncurante di ciò che gli si presentava davanti.

Così poteva capitare che due cittadini si scontrassero bruscamente fronte contro fronte. Il dirupo poco fuori città ormai si era riempito dei corpi degli accaniti lettori, che non si accorgevano del grosso cartello con su scritto “ALT” proprio prima del bordo del precipizio e sopratutto il numero di incidenti coi carri era aumentato vertiginosamente, la gente ormai leggeva anche durante la guida.

Pyramis II si sentì responsabile di tutto questo, e iniziò a sentire un malessere perenne per lo stato verso il quale aveva portato la popolazione. Decise che avrebbe risolto anche questa situazione. Si incamminò verso un colle vicino, raggiunse la cima, si sedette e cominciò a riflettere per trovare una soluzione.

Passarono i giorni, ma nessuna idea veniva alla luce. Ormai stremato, smagrito e assetato, Pyramis II si alzò e decise di ritornare a casa. Nel fare questo vide avvicinarsi da lontano suo padre, che gli stava correndo incontro.

Non appena fu vicino da potere udire le sue parole, egli proferì: «Figlio mio, ho avuto un’idea! E se raccogliessimo tutte queste persone desiderose di leggere ed imparare in uno stesso luogo, in cui si potrebbero insegnare le materie più importanti per la società, per l’istruzione di noi stessi e per lo spirito, e se mettessimo dei colti insegnanti che potrebbero trasmettere il loro sapere, facessimo lezioni mattutine ogni giorno e chiamassimo questo luogo “scuola”?»

Il figlio, basito dal verbo del padre, dopo avere assistito forse per la prima volta ad un suo moto di loquacità, si erse in piedi e lo abbracciò. «Padre mio, sei un genio!»

E fu così che si inventò la scuola.

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